sabato 4 luglio 2009

Il malato dov'è?

Una giornata dal Ministro Brunetta e pensavo: che strazio!!!
A parte la sciatica (conseguenza del freddo in aereo) devo ammettere che tanto strazio poi, non lo è stato.
Una convention sui risultati del progetto "mettiamoci la faccia", fortemente voluto dal Ministro, per avviare nella pubblica amministrazione un sistema premiante: un touch screen (assieme ad altre modalità) permette al cittadino, direi banalmente, di valutare il servizio ricevuto: uno schermo da toccare; una faccina da scegliere... e via!
Finalmente il cittadino si sarebbe potuto vendicare di tutti questi fanulloni, mangiapaneatradimento e, magari.... farli pure licenziare!!!
Ebbene, niente di tutto ciò.
I risultati esposti dalle amministrazioni pioniere (Torino, Milano, ma anche Agrigento o Catanzaro.....) ci dicono ben altro: 85% di faccine verdi contro il 10% di faccine rosse arrabbiate e un 5% di faccine neutre; con punte che arrivano anche al 95% di cittadini soddisfatti!!
Mi chiedo allora: dove è il "male" che affligge la Pubblica Amministrazione?
Le ultime leggi restrittive dei diritti del lavoratore sembrano dire: è qui!
Ma se il bisogno di cure "è qui", come conciliarlo con l'eccellenza di cui parlano i dati?
Forse le idee del Ministro sono un pò confuse ... o forse è solo propaganda che ben funziona nell'aria sempre più populista che respiriamo.
Ma se di cure si tratta, la soluzione di premiare il merito è certamente la strada da perseguire.
Gli uffici comunicazione lo hanno dimostrato: il personale di sportello fa un lavoro egregio di alta professionalità, ma, ad oggi, non è ancora attivato il profilo (Tremonti da quell'orecchio non ci sente .....).
Ci restano le restrizioni ai diritti dei dipendenti e nulla più.

martedì 23 giugno 2009

Decreto Brunetta

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sabato 23 maggio 2009

Vespa e l'importanza della comunicazione

Continua ancora, tra alti e bassi, la polemica scaturita dalla famosa preghiera-invito di Bruno Vespa a non iscriversi a Scienze della Comunicazione (“non fate questo tragico errore che paghereste per il resto della vita.”)
Parto da qui per esprimere alcune considerazioni.
Premetto: la ribellione è d'obbligo. Considero senz'altro giusta e corretta la dura risposta che il mondo della comunicazione ha inviato al mittente: studenti, docenti, pubblici dipendenti e professionisti della comunicazione.
Leggo ora nella newsletter "Comunicatori e comunicazione” che anche i nostri cari Ministri Sacconi e Gelmini si sarebbero accodati allo stereotipo dell'inutilità di questa laurea.
A loro risponde il prof. Michele Cortelazzo, dell'Università di Padova, invitando i nostri onorevoli ministri a leggere un piccolo semplice libro di ricerca (Arjuna Tuzzi, Le cento professioni della comunicazione, Carocci, Roma, 2006) piuttosto che a esternalizzare affermazioni più legate a stereotipi che fondate su dati fattuali.
Ora, ci piacerebbe approfondire e capire che cosa può aver spinto Bruno Vespa a lanciare il masso, e cosa spinge ora illustri Ministri della Repubblica a farlo proprio. Ma ciò non è dato sapere.

Non intendo però con questo affermare che è tutto oro e tutto luccica.
Elementi, fatti e notizie, certamente non sporadiche, ci obbligano a riflettere.
Vespa e i cari Ministri puntano il dito sostanzialmente sulla categoria. E questo è aberrante e miope.
Ma il ruolo del comunicatore in Italia fa acqua da più parti. E non possiamo nemmeno nascondere che a questa visione abbiano contribuito proprio i lavoratori del mondo della comunicazione, erodendone il termine e dimenticandone la sua più alta e nobile funzione. Penso ai media con la generale mediocrità dei contenuti; ma penso anche alla Pubblica amministrazione che spesso riduce il senso della comunicazione istituzionale alla sola visione di immagine e di propaganda; penso ancora al mondo politico che, complici i comunicatori, sostituisce con nuovi slogan l'assoluta mancanza dei contenuti (oggi va di moda l'instant book del politico; si sceglie il professionista in virtù delle sue potenziali conoscenze piuttosto che per la reale professionalità dimostrata… E poi ci sono i comunicatori tuttologi: quelli che hanno la capacità di essere giornalisti un giorno e comunicatori pubblici l'altro; un giorno docenti e l'altro consulenti. Un giorno consulenti politici e l'altro consulenti d'azienda. Loro scrivono articoli e libri di ogni genere, realizzano progetti di marketing territoriale, Bilanci sociali o tematici; parlano di web come di citizen satisfaction, fanno analisi di mercato e ci spiegano la comunicazione sociale.

La comunicazione è un animale strano: è in grandissima evoluzione; richiede continuo aggiornamento ed espansione; esige, sempre più, approfondimenti di competenze e disciplinari; ma sopratutto impone la presenza di professionisti specializzati nei vari suoi segmenti.
Se la tuttologia comunicativa poteva ancora ritenersi accettabile fino a qualche anno fa, oggi è necessario ed urgente fare un balzo in avanti. Il mondo si evolve, la comunicazione cambia alla velocità della luce. L'Italia, ahimè, continua nel suo calderone.... ed arretra.
Le nuove generazioni sono potenzialmente qualificate e maggiormente specializzate rispetto a chi oggi fa questo mestiere, anche se è in discussione oggi c'è proprio il sistema universitario che, negli ultimi 15 anni, ha creato un proliferare di offerta formativa non sempre corrispondente ad un'offerta qualitativa.
E i docenti sono arrivati dal mondo privato: precari di un secondo o terzo lavoro, spesso impreparati verso il mondo universitario, di regola poco dediti all'aggiornamento professionale.
Sorge poi il dubbio che questo proliferare di corsi e nuovi esami abbia più significato per la crescita lavorativa del docente, che per la formazione dello studente.
Un esempio per tutti. Udine ha creato un corso di comunicazione d'ateneo che assicura un (misero) credito formativo. Ma ciò che balza all'occhio del comunicatore è l'altrettanto misero contenuto della dispensa d'esame che, in quasi 38 pagine (comprensive di uno scherzoso test), fornisce un'infarinatura generale piuttosto scolastica e obsoleta della materia.
Una, mi si passi il termine, accozzaglia nozionistica che poco o nulla ha a che fare con un approccio formativo e sopratutto, culturale, di cui le professioni tecniche del nostro paese hanno invece oggi un enorme bisogno.
E lo stereotipo che oggi avanza dell'inutilità della professione del comunicatore, ci impone di impedire tutto ciò.
Se la comunicazione è leva principe del cambiamento e si sviluppa alla velocità della luce, non può essere accettabile uno studio della materia che non punta alla visione di quel sistema complesso e circolare che fa della comunicazione, non la somma di singole azioni o strumenti, ma la leva “in grado di determinare scelte organizzative e strategiche che influiscono positivamente sulla visibilità e sull’immagine aziendale e che coinvolgono trasversalmente tutto il processo produttivo”, nel pubblico come nel privato.

Concludo con la convizione che non è sminuendo la professionalità del comunicatore che un ingegnere riuscirà a fare meglio l'ingegnere. L'ingegnere, come il comunicatore, è chiamato oggi a specializzarsi ed è chiamato a completare la sua formazione con quegli aspetti, accessori ma altrettanto importanti ed essenziali, che devono entrare a far parte dei piani di studio di ogni facoltà di ateneo.
Ma la questione va affrontata seriamente e con professionalità; altrimenti ha ragione Bruno Vespa.

mercoledì 10 dicembre 2008

Un pensiero a un amico ... un altro al mondo

Vi è mai capitato di vivere il disagio di chi si trova in un luogo che non sente suo? A me qualche volta. Sarà perché quest'anno il natale sarà friulano..! Oggi posto uno scritto di un mio caro amico. Amico di penna, visto che ci conosciamo solo per via epistolare... ma mi pare di conoscerlo da sempre....Ma vi è di più! Posto uno scritto in una "lingua minoritaria" che non abbisogna dei contributi regionali per rivivere, né ha bisogno di trovare spazio in progetti scolastici. Molti dei miei amici lettori non decifreranno... saranno gli eletti a riuscire a interpretarne il senso. Un consiglio: avete presente la canzone The wall o Michele, o altre grandi canzoni che cantavamo da giovani, spesso senza conoscere il significato delle parole? Ecco ... mettetevi in quella dimensione. Per parte mia ho solo inserito alcuni accenti per facilitarne la lettura ....

P.S. La poesia "Natali" di Lorenzo Peritore ha vinto il primo premio della sezione "Poesia dialettale" del concorso letterario Duerre Roma Ravanusa.

Un augurio a tutti.


N A T A L I


Dicembri ormai è vicìnu, Natali stà arrivannu

e tutti quanti i genti ni stammu priparànnu.

S’accumèncinu addumàri tanti luci colorati

supra l’àrbula, i barcùna, ni vitrini e mmenzu i strati.

Caminànnu strati strati para tutta nattra cosa

e a genti ca si scontra si dimostra ciò affettuosa.

Ni sti festi o me paìsi pi stratuzzi e pi vanèddi

si sona a nannaredda davanti e fiureddi,

e intra n’atmosfera ca sapa di gioia e d’amuri

aspittàmmu tutti quanti a nascita du Signuri.

Ma pinsànnu ad o motivu pi cui vinna supra a terra,

a me menti a corpu curra ni paìsi unni c’è a guerra.

Se venìri na terra “Natali” vena a diri,

pirchì c’è tanta genti ca di guerra hava a muriri?

Quannu ha arrivàri u iornu ca sti guerri hannu a cissàri

e u Natali in santa paci s’ha putìri festeggiàri?

Pi chist’annu ormai mi para ca nutìzi unn’hannu datu

e pi chissu ni sti festi ia mi sentu allammìcatu.

Pensu e nostri piccìliddi ca pi festi di Natali

a scola su in vacanza e àrricìvinu i rìali….

….quannu tanti nnuccintuzzidi dill’attri cuntinenti,

mòrinu sutta i bummi e co' campa unn’hava nenti.

E capi di guverni ca ni manu hannu u putìri

cu sti versi cocchi cosa ia cià vogliu propriu diri :

Ma pirchì unn’accuminciàti tutti quanti arraggiùnari,

pi circàri d’appaciàri e finirla di sparari?

Se pi l’annu c’ha viniri vi mpignati pi davèru

quannu arriva arrè Natali u festeggia u munnu interu.


lunedì 8 dicembre 2008

Il Bilancio partecipativo: la sfida del secolo


La città di Udine ha concluso in questi giorni la sua prima esperienza di bilancio partecipativo: un progetto sperimentale che si è sviluppato nell'arco di pochi mesi, attraverso assemblee pubbliche di quartiere, dove l'Amministrazione Comunale ne è stata interlocutore squisitamente tecnico e accompagnatrice diretta del processo.
Quella udinese non è la prima esperienza italiana di Bilancio Partecipativo. I processi di partecipazione popolare, partiti già da qualche tempo, stanno ora assumendo anche in Italia dimensioni interessanti.
Il fatto che tali esperienze si sviluppino in un sistema di governo basato sulla democrazia rappresentativa induce a chiederci se e in che termini l'ampia formula di democrazia diretta possa convivere in questo sistema.
In questa prospettiva è bene chiarire come fin dall’origine del costituzionalismo moderno,l’esercizio “diretto” della sovranità si risolveva “nel deliberare, in regime di compresenza fisica dei consociati - sulla piazza pubblica”, senza la partecipazione di intermediari che si potessero frapporre fra il decisore e la decisione.
Al contempo tra la democrazia e il regime rappresentativo, si è da sempre tracciata una nettissima linea di demarcazione, diretta a chiarire la radicale differenza che le separa.
Ma, se il concetto di democrazia diretta, è ancora oggi quello dei classici, (cioè quello del “popolo adunato”), è pur vero che nelle società complesse, ogni tecnica decisionale comporta, pur sempre (oggi più che mai) una mediazione. Nelle società pluralistiche diviene infatti inevitabile una interposizione fra il popolo e la decisione politica, anche quando quella decisione viene imputata allo stesso popolo e ad una sua “diretta” manifestazione di volontà. La realtà dei fatti dimostra come l’opinione pubblica si forma pur sempre e anzitutto attraverso la mediazione dell’attività di partiti e gruppi, e, sopratutto, attraverso i mezzi di informazione che, spesse volte, prevaricano l'ideologia degli stessi gruppi e partiti politici (più deboli).
Per tutto ciò, allorchè si discuta di processi di Bilancio Partecipativo, si dovrebbe più correttamente utilizzare il termine di democrazia partecipativa, pur consapevoli che il Bilancio partecipativo presenta connotati propri e specifici che vanno ben oltre il significato della partecipazione degli istituti costituzionali del referendum abrogativo e di partecipazione popolare.

Non vi è dubbio peraltro che simili processi partecipativi siano nati dall'esigenza di affrontare criticità proprie della democrazia rappresentativa che, ai nostri fini, si possono riassumere in una duplicità di fattori:

1) - l'ampliarsi del principio di sussidiaretà.
Una sorta di invito allo Stato a non intervenire ogni qualvolta i cittadini e loro aggregazioni sociali (famiglia, associazioni ed altri "corpi intermedi", incluse le istituzioni locali) possono ‘fare da soli’. Il principio di sussidiarietà ha in sostanza innescato una catena di de-responsabilizzazioni progressive, con caratteristiche fortemente asimmetriche: infatti nell'epoca caratterizzata dal fenomeno della globalizzazione dei problemi viviamo una sempre più incisiva "localizzazione" delle soluzioni, che caricano le amministrazioni locali della responsabilità delle scelte (ma a cui, peraltro, non seguono adeguati trasferimenti di risorse, indispensabili per farvi fronte).
Questa crescita del decisionismo istituzionale locale, avviato con l'era dell'elezione diretta dei sindaci e della dimunizione di potere dei consigli comunali, è andata sempre più coniugando una creazione di spazi di partecipazione diretta dei cittadini alle decisioni pubbliche.
Il coinvolgimento degli abitanti nelle scelte pubbliche diviene così quasi indispensabile sopratutto per ricostruire una fiducia dei cittadini nella politica, che possa darle ‘sostenibilità’ davanti alle continue crisi di legittimazione che ha attraversato nell’ultimo trentennio.
La riforma poi del Titolo V della Costituzione (2001) – con tutte le sue molteplici contraddizioni – si inserisce in questo percorso di sussidiarietà, diretto a valorizzare l’autonomia degli enti locali e degli istituti di partecipazione popolare. Il nuovo testo dell’art. 118 prevde così nuovi modelli organizzativi e di relazione tra amministrazione e cittadini, fondati sulla comunicazione e sulla co-decisione.
Con ciò rafforzando quel concetto di partecipazione evidenziato fin dai primi articoli della Costituzione, in cui appare chiara la convergenza tra sovranità popolare, partecipazione effettiva, uguaglianza sostanziale e pluralismo.

2) - la crisi del sistema dei partiti politici.
Già Carlo Esposito, giurista e filosofo del secolo scorso, aveva avuto modo di affermare che se un partito invece di rappresentare una ideologia e tendere al bene comune rappresentasse le esigenze di un gruppo di pressione economico, sarebbe di fatto un gruppo di pressione mascherato, e sarebbe per questo da combattere, da espellere dal Parlamento, da denunciare come scandaloso”
Il maestro filoso e giurista del secolo scorso precisa, tra l'altro, che l’azione dei partiti sui Ministri e sul Governo è lecita, ma “da condannare quando sia determinata da privati interessi” : la proiezione pubblica del partito, in quanto strumento di raccordo tra Stato e società civile con l'esclusiva funzione pubblica di trasmettere la volontà sovrana del popolo, non è compatibile, per Esposito, con l’inquinamento della politica da parte degli interessi personali ed economici.

In questa prospettiva non vi è chi non veda come l'inquinamento della politica con interessi personali ed economici di parte abbia avviato ad una crisi del sistema che, fin dagli anni 90, ha amplificato il senso di diffidenza e di sfiducia del popolo sovrano che ha finito col riversarsi sulle istituzioni, nucleo e fondamento della democrazia rappresentativa.
Se quindi i partiti sono chiamati a assolvere a una “funzione basilare nella vita della nostra democrazia rappresentativa”, ecco che, la crisi che oggi essi vivono si traduce e confonde nella crisi stessa della democrazia rappresentativa: con la naturale conseguenza della necessità di ricerca di nuove soluzioni.

È negli anni ’60 che il tema della partecipazione entra con forza nel dibattito politico italiano; sono gli anni dei consigli di fabbrica, consigli scolastici ed esperienze di urbanistica partecipata che avviano, nel decennio successivo, un percorso di elaborazioni normative.
La crisi degli anni ’90 ha portato poi alla differenziazione degli statuti comunali, soprattutto dopo la nuova legge elettorale del 1993 istitutiva dell’elezione diretta dei sindaci; mentre il Testo Unico degli Enti Locali del 2000, ha rafforzato il ruolo delle istituzioni più vicine al cittadino. Da allora hanno iniziato a costituirsi strumenti specifici e adatti ai diversi contesti socioculturali locali, con l’obiettivo di trasformare la partecipazione da risorsa simbolica in risorsa strumentale.
In Italia, la conoscenza del tema del Bilancio Partecipativo è avvenuta nel 1998, grazie ad alcuni studi universitari e alla neonata rivista ‘Carta’.
Se è vero che, storicamente, l’approccio al Bilancio Partecipativo è risultato fin da subito estremamente politicizzato , è altrettanto vero che, oggi, lo stesso approccio appare più maturo, in quanto pensato e voluto quale strumento di relazione trilaterale tra amministrazioni, cittadinanza e apparato burocratico e, in ultima analisi, di miglioramento della gestione urbana.
Il Bilancio Partecipativo costituisce quindi un percorso importante all’interno di queste sperimentazioni anche in Italia, dove il dibattito si è sviluppato in parallelo a quello dei Bilanci Sociali (strumenti diretti a misurare gli effetti in termini sociali delle politiche pubbliche) e ha trovato un terreno fertile alla comprensione del suo ruolo di strumento di rinnovamento politico/pedagogico, diretto all’arricchimento dell’autoconsapevolezza e del senso civico di cittadino.

L'esperienza di Udine, favorita e anticipata, dalla partecipazione alla Rete 9^ del Progetto europeo UR-BAL e successivamente dalla decisione consiliare di associarsi alla Rete del Nuovo Municipio è centrata in particolare sull’idea di portare avanti un’autoeducazione alla democrazia della cittadinanza, attraverso forme di co-decisione tra abitanti ed istituzioni relativamente ai nuovi investimenti strategici per il territorio. In tal senso Udine ha promosso e realizzato un progetto - ancorché sperimentale - di vero e proprio Bilancio Partecipativo, da non confondere con il Bilancio partecipato, il cui approccio sostanziale è ben diverso e certamente più riduttivo e limitante.
Si tratta di un percorso di coinvolgimento della cittadinanza che presenta tutte le caratteristiche per tradursi in un percorso duraturo e strutturato dove i cittadini svolgono un ruolo attivo nella costruzione delle decisioni, e non certo una partecipazione quasi ‘passiva’.

In tale prospettiva, Udine assume il ruolo e la funzione di "apripista" nell'ambito dell'intero territorio regionale, dove il Bilancio partecipativo, assieme al Bilancio Sociale, sono ancora di là da venire.

venerdì 7 novembre 2008

Il treno di facebook


Gli italiani sono saliti sul treno di Facebook e le considerazioni di “esperti psicologi” si moltiplicano: giornalisti più o meno conosciuti hanno ricevuto certamente anche loro l’invito e-mail a iscriversi al network; ed ecco che, da bravi venditori di notizie, i media entrano nella loro fase bulimica “Facebook”. Insomma,l'attenzione dei lettori cresce e allora, a prescindere dal contesto, ogni occasione è buona per parlarne.
Ma quando parli al tuo lettore, che è pure iscritto a Facebook, e gli dici che è certamente affetto da qualche disordine della personalità, è difficile che tu giornalista o lei intervistata, possiate essere credibili.
E se poi, tra 1.860.000 utenti italiani di Facebook ci sono fior fior di giornalisti, professionisti, dirigenti d'azienda, docenti, studenti, casalinghe e aggiungeteci pure tutte le altre categorie professionali che volete ... dovremmo concludere che siamo tutti malati?
La domanda nasce spontanea a seguito della ormai famosa dichiarazione rilasciata ad AdnKronos dalla psicologa Paola Vinciguerra a proposito del “profilo tipico” dell’utente Facebook, uno dei social network più diffusi al mondo. In sostanza si afferma che non è un caso se Facebook abbia “contagiato in particolare la fascia tra i 30 e i 40 anni”: è proprio in questa fase della vita, infatti, che nasce il senso di vuoto e di solitudine, che contagia anche i cosiddetti vincenti.”
Insomma, per la Vinciguerra e per il suo amico psichiatra Tonimo Cantelmi, su Facebook ci sarebbero soprattutto persone sole, infelici, non più giovanissime, che aspirano a farsi pubblicità e a cercare nuove conquiste. Un profilo... direi triste e poco lusinghiero.
Andiamo per ordine.

Sostenere poi che l’utente tipico è un depresso... signori miei, ci vuole un bel coraggio! (o molta disinformazione...). Non pare infatti che la Vinciguerra si sia basata su ricerche ed analisi sull’argomento (ad oggi, infatti, non esistono) né che parli per esperienza diretta (non essendo essa stessa iscritta a facebook). Forse parla per esperienza professionale. Ma (ringraziando iddio!) non credo che il milione e ottocentosessatamila utenti facebook siano suoi clienti... né che lo siano in una percentuale e varietà tali da potersi considerare un valido campione...
Una rapidissima analisi della letteratura del settore dimostra invece il contrario.

Sintetizzando i contenuti della ricerca riportata dallo psicologo Bussolon, si riscontra:
1.L’unico tratto di personalità che può rappresentarsi nell’utente Facebook è l’estroversione. Gli introversi vanno meno su Facebook, gli estroversi di più.
2. Gli studenti universitari usano FB soprattutto per mantenere relazioni che già hanno, piuttosto che per trovare nuove relazioni (leggera eccezione per le matricole)
3. Gli studenti con bassa autostima e senso di soddisfazione personale possono migliorare il capitale sociale proprio con l’uso dei social network
3.L’appartenenza a gruppi di social network di impegno politico, sociale o culturale va di pari passo con un’effettiva attività dello stesso tipo nella vita personale.
Sta di fatto che è proprio il periodo universitario che stravolge, in termini di cambiamento, speranze e nuove relazioni, la vita di una persona. E’ poi ipotizzabile che l’uso dei social network cambi a seconda delle fasi della vita. E’ ancora più ragionevole ipotizzare che il popolo dei trentenni e quarantenni sia un popolo abbastanza giovane da tentare l’approccio a questi nuovi strumenti: E appassionarsene.

La domanda piuttosto è perché molte persone usano i social network quando esistono, e sono ben consolidati, già altri strumenti come i forum, i blog, i newsgroup. Di certo i social network rispetto agli altri strumenti assicurano una grande opportunità: quella di escludere le persone che non gradisci. Credo che questa sia la vera funzione inedita di Facebook come degli altri strumenti similari: quella di consentire di definire chi sono nostri amici e rivolgersi solo a costoro. Non a tutti: tagliando così chi non si vuole rendere partecipi delle nostre riflessioni o delle nostre attività in rete.
Un sito, un forum, sono visibili da chiunque. E qualche volta questo non è desiderabile.

Maurizio Boscarol definisce il social network una sorta di mailing list a gestione semplificata che si concentra sull’utente. Ognuno può decidere i propri contatti, comunicare solo con loro anziché con tutto il mondo. Ed essere trovato e contattato da persone interessate (cosa che con le tradizionali mailing list è meno probabile, dato che aumentano la visibilità del gestore, non dei partecipanti).

Non credo che Facebook sostituirà i blog pubblici, i wiki, i forum, e nemmeno le mailing list o i newsgroup. E’ semplicemnete un tipo di strumento che serve a cose diverse, destinato a convivere con l'arsenale di strumenti di cui già ci gioviamo.
E non per questo ci sentiremo tutti più depressi.

Ma v’è di più. Una ricerca di Giglietti, dell'Università di Urbino, ci racconta che i vari social network sono distribuiti in maniera differenziata nelle parti del mondo: il più diffuso in Italia è Badoo: sarà per strategia di comunicazione o per variabile culturale... sta di fatto che non vi è modo di capire come mai sia stato preso in considerazione proprio Facebook per definire “l’utente tipo” del network italiano...
Che siano solo quelli di Facebook i malati??? O piuttosto manca a questi professionisti della scrittura e della psicologia una vera e adeguata conoscenza di una realtà sociale in via di trasformazione?
Propendo per la seconda.
Certo è che questi risultati non supportano luoghi comuni ma, anzi, suggeriscono che Facebook sia uno strumento per mantenere e gestire il proprio capitale sociale, in particolare usato proprio dai più estroversi. Non dai timidi, insomma.

Ma in Italia, si sa, i luoghi comuni vanno sempre di moda

lunedì 22 settembre 2008

Il Burocrate (*)


E’ l’animale sociale per eccellenza. Nel senso che è l’unico essere legalmente autorizzato e istituzionalmente preposto ad amministrare i rapporti pubblici.
Di natura sedentaria e stanziale, il burocrate individua il suo habitat naturale nell’ufficio territoriale di appartenenza, un sito ben delimitato e facilmente dominabile nel quale si storicizza per decenni portando a compimento il suo ciclo vitale e biologico.
Qui, in osservanza e in conformità alla sua indole e al suo status, si fonde e si mimetizza armoniosamente con la sedia ergonomica ed entra in perfetta e gioiosa simbiosi con la scrivania multifunzionale.
Sapiente cultore del codicillo normativo, il burocrate respinge tutto ciò che non sia adeguatamente vidimato, bollato, protocollato, autenticato, e non esita a spedirti in umile pellegrinaggio da un ufficio ad un altro se sulla tua pratica manca una virgoletta, una lineetta o un puntino.
Avendo ricevuto in dono, all’atto dell’assunzione, la sacra coppa della calma serafica e il divino calice della flemma olimpica ben tollera le lungaggini parossistiche e le lentezze esasperanti e anzi, temendo possa derivargliene uno stress eccessivo, evita e aborrisce il disbrigo sollecito e la risoluzione rapida.
Nei rapporti con gli altri soggetti della sua specie è incline all’assoluto rispetto delle reciproche competenze e responsabilità. E perciò se la ricerca di un documento sepolto in una carpetta sepolta in uno scaffale a sua volta sepolto in un archivio rientra nelle mansioni di un altro burocrate è inappellabilmente a quell’altro che dovrete rivolgervi.
Generalmente il burocrate si procura le sostanze nutritive necessarie al proprio metabolismo attraverso l’assunzione quotidiana di provvedimenti normativi, circolari esecutive, decreti ministeriali, leggi regionali, gazzette ufficiali, disposizioni finali.
Qualora, poi, l’esecuzione operativa dei suoi compiti comporti uno spostamento dal suo ufficio ad uno collocato a qualche isolato di distanza, il nostro soggetto non vi adempie se non ricorrendo al veicolo della pubblica amministrazione e previa attribuzione di una adeguata indennità di rischio.

Inattaccabile, inossidabile e inespugnabile, il burocrate si amalgama compiutamente al suo sistema di automatismi procedurali e di formalismi impersonali e si defila con fiera indignazione di fronte a qualsivoglia tentativo di cambiamento, snellimento, alleggerimento, sburocratizzazionamento.

Fanaticamente rispettoso del lessico burocratese (quello che Calvino definisce “l’anti-lingua”), egli ti chiama “utente”, ti anagrafizza e ti normatizza, indi ti sevizia con interminabili e perverse compilazioni modulistiche.
Fortunato detentore dell’ormai chimerico e privilegiato “posto fisso”, ne difende ad oltranza l’inattaccabilità e l’integrità ricorrendo, all’uopo, a studiatissime contorsioni sindacali e a finissime acrobazie legali. Poiché il burocrate è l’esemplare rappresentativo di una organizzazione capillare che domina e regge la vita civile e sociale, per diventare cittadini attenti e consapevoli è di vitale importanza uniformarsi, istituzionalizzarsi, amalgamarsi, omogeneizzarsi a questo universo di timbri e carta da bollo. Nonché rassegnarsi e trovare un santo cui votarsi

(* questo post è una gentile concessione dell'insegnante Angela Mancuso)