sabato 23 maggio 2009

Vespa e l'importanza della comunicazione

Continua ancora, tra alti e bassi, la polemica scaturita dalla famosa preghiera-invito di Bruno Vespa a non iscriversi a Scienze della Comunicazione (“non fate questo tragico errore che paghereste per il resto della vita.”)
Parto da qui per esprimere alcune considerazioni.
Premetto: la ribellione è d'obbligo. Considero senz'altro giusta e corretta la dura risposta che il mondo della comunicazione ha inviato al mittente: studenti, docenti, pubblici dipendenti e professionisti della comunicazione.
Leggo ora nella newsletter "Comunicatori e comunicazione” che anche i nostri cari Ministri Sacconi e Gelmini si sarebbero accodati allo stereotipo dell'inutilità di questa laurea.
A loro risponde il prof. Michele Cortelazzo, dell'Università di Padova, invitando i nostri onorevoli ministri a leggere un piccolo semplice libro di ricerca (Arjuna Tuzzi, Le cento professioni della comunicazione, Carocci, Roma, 2006) piuttosto che a esternalizzare affermazioni più legate a stereotipi che fondate su dati fattuali.
Ora, ci piacerebbe approfondire e capire che cosa può aver spinto Bruno Vespa a lanciare il masso, e cosa spinge ora illustri Ministri della Repubblica a farlo proprio. Ma ciò non è dato sapere.

Non intendo però con questo affermare che è tutto oro e tutto luccica.
Elementi, fatti e notizie, certamente non sporadiche, ci obbligano a riflettere.
Vespa e i cari Ministri puntano il dito sostanzialmente sulla categoria. E questo è aberrante e miope.
Ma il ruolo del comunicatore in Italia fa acqua da più parti. E non possiamo nemmeno nascondere che a questa visione abbiano contribuito proprio i lavoratori del mondo della comunicazione, erodendone il termine e dimenticandone la sua più alta e nobile funzione. Penso ai media con la generale mediocrità dei contenuti; ma penso anche alla Pubblica amministrazione che spesso riduce il senso della comunicazione istituzionale alla sola visione di immagine e di propaganda; penso ancora al mondo politico che, complici i comunicatori, sostituisce con nuovi slogan l'assoluta mancanza dei contenuti (oggi va di moda l'instant book del politico; si sceglie il professionista in virtù delle sue potenziali conoscenze piuttosto che per la reale professionalità dimostrata… E poi ci sono i comunicatori tuttologi: quelli che hanno la capacità di essere giornalisti un giorno e comunicatori pubblici l'altro; un giorno docenti e l'altro consulenti. Un giorno consulenti politici e l'altro consulenti d'azienda. Loro scrivono articoli e libri di ogni genere, realizzano progetti di marketing territoriale, Bilanci sociali o tematici; parlano di web come di citizen satisfaction, fanno analisi di mercato e ci spiegano la comunicazione sociale.

La comunicazione è un animale strano: è in grandissima evoluzione; richiede continuo aggiornamento ed espansione; esige, sempre più, approfondimenti di competenze e disciplinari; ma sopratutto impone la presenza di professionisti specializzati nei vari suoi segmenti.
Se la tuttologia comunicativa poteva ancora ritenersi accettabile fino a qualche anno fa, oggi è necessario ed urgente fare un balzo in avanti. Il mondo si evolve, la comunicazione cambia alla velocità della luce. L'Italia, ahimè, continua nel suo calderone.... ed arretra.
Le nuove generazioni sono potenzialmente qualificate e maggiormente specializzate rispetto a chi oggi fa questo mestiere, anche se è in discussione oggi c'è proprio il sistema universitario che, negli ultimi 15 anni, ha creato un proliferare di offerta formativa non sempre corrispondente ad un'offerta qualitativa.
E i docenti sono arrivati dal mondo privato: precari di un secondo o terzo lavoro, spesso impreparati verso il mondo universitario, di regola poco dediti all'aggiornamento professionale.
Sorge poi il dubbio che questo proliferare di corsi e nuovi esami abbia più significato per la crescita lavorativa del docente, che per la formazione dello studente.
Un esempio per tutti. Udine ha creato un corso di comunicazione d'ateneo che assicura un (misero) credito formativo. Ma ciò che balza all'occhio del comunicatore è l'altrettanto misero contenuto della dispensa d'esame che, in quasi 38 pagine (comprensive di uno scherzoso test), fornisce un'infarinatura generale piuttosto scolastica e obsoleta della materia.
Una, mi si passi il termine, accozzaglia nozionistica che poco o nulla ha a che fare con un approccio formativo e sopratutto, culturale, di cui le professioni tecniche del nostro paese hanno invece oggi un enorme bisogno.
E lo stereotipo che oggi avanza dell'inutilità della professione del comunicatore, ci impone di impedire tutto ciò.
Se la comunicazione è leva principe del cambiamento e si sviluppa alla velocità della luce, non può essere accettabile uno studio della materia che non punta alla visione di quel sistema complesso e circolare che fa della comunicazione, non la somma di singole azioni o strumenti, ma la leva “in grado di determinare scelte organizzative e strategiche che influiscono positivamente sulla visibilità e sull’immagine aziendale e che coinvolgono trasversalmente tutto il processo produttivo”, nel pubblico come nel privato.

Concludo con la convizione che non è sminuendo la professionalità del comunicatore che un ingegnere riuscirà a fare meglio l'ingegnere. L'ingegnere, come il comunicatore, è chiamato oggi a specializzarsi ed è chiamato a completare la sua formazione con quegli aspetti, accessori ma altrettanto importanti ed essenziali, che devono entrare a far parte dei piani di studio di ogni facoltà di ateneo.
Ma la questione va affrontata seriamente e con professionalità; altrimenti ha ragione Bruno Vespa.

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